Qualcosa sta cambiando nel mondo dei sintetizzatori e delle macchine per la produzione musicale.
Una piccola casa costruttrice cinese, M-Vave, che fino a poco tempo fa produceva principalmente effetti per chitarra e piccoli dispositivi musicali, spesso ispirati o derivati da prodotti americani ed europei, ha rilasciato un piccolo sequencer FM chiamato FM-1. Si tratta di un dispositivo che sul mercato costa tra i 60 e i 70 euro e che, con un prezzo assolutamente contenuto, mette a disposizione un sintetizzatore a modulazione di frequenza in grado di ospitare suoni compatibili con quelli del celebre Yamaha DX7.
Ma questa è soltanto una delle tante novità che stanno emergendo nel mercato degli strumenti musicali.
Che cosa è cambiato rispetto a quanto abbiamo visto fino a oggi?
È cambiata soprattutto la disponibilità di strumenti di intelligenza artificiale in grado di analizzare il firmware di un dispositivo, ricostruirne il funzionamento e, in determinate condizioni, aiutare a svilupparne versioni alternative oppure a modificare quello originale, introducendo nuove funzionalità.
Nel caso dell’FM-1, alcuni utenti hanno iniziato a sperimentare modifiche al firmware e la casa costruttrice si è dimostrata subito disponibile, arrivando a rendere open source il firmware originale del sintetizzatore.
Questo ha innescato una vera e propria competizione a livello internazionale tra appassionati e sviluppatori, anche con conoscenze relativamente limitate di architettura software e programmazione, interessati a creare firmware personalizzati per l’FM-1.
Il piccolo sintetizzatore si è così trasformato in una piattaforma capace di ospitare molteplici strumenti e funzionalità. Sono proliferati versioni che lo trasformano in batterie elettroniche, emulazioni di altri sintetizzatori, come Roland e Oberheim, e persino in strumenti ispirati al mondo della sintesi modulare.
Tutto questo ha contribuito a determinare un’esplosione delle vendite dell’FM-1 in tutto il mondo. Il dispositivo è andato letteralmente a ruba, diventando un oggetto particolarmente interessante proprio per la sua capacità di ospitare un’ampia gamma di possibilità sonore.
In sostanza, un unico hardware può accogliere tantissime soluzioni software, ciascuna delle quali gli permette di svolgere funzioni differenti.
Dopo quanto accaduto con l’FM-1, però, anche altri costruttori hanno iniziato a guardare con interesse a questa filosofia, dichiarando apertamente la volontà di rendere open source, almeno in parte, il firmware dei propri prodotti. Tra questi troviamo Erica Synths e Behringer, che ha annunciato nuovi dispositivi a basso costo con possibilità di personalizzazione e sviluppo di firmware da parte degli utenti.
Siamo quindi di fronte a una nuova fase nell’evoluzione degli strumenti elettronici?
Per comprendere la portata di questo cambiamento, dobbiamo fare un passo indietro.
In origine, le prime macchine sviluppate da pionieri come Robert Moog generavano il suono attraverso circuiti elettronici fisici, composti da condensatori, resistenze, transistor e altri componenti. Si trattava di strumenti in cui il comportamento sonoro era determinato direttamente dall’architettura elettronica.
Negli ultimi decenni, invece, la tecnologia si è progressivamente spostata verso strumenti nei quali la generazione del suono avviene prevalentemente attraverso il software.
Le macchine commercializzate oggi offrono un hardware caratterizzato da determinate componenti e interfacce: tastiere, manopole, pulsanti e controlli che permettono al musicista di intervenire direttamente sul suono e sulle sequenze. La generazione sonora vera e propria, così come l’elaborazione degli effetti, viene però spesso affidata a un firmware, ovvero a un software che gira all’interno dello strumento.
Questo vale soprattutto per le macchine che utilizzano sistemi di sintesi digitale, spesso basati su algoritmi e motori sonori che, dal punto di vista concettuale, non sono molto diversi dai plugin utilizzati all’interno di una DAW, ma vengono eseguiti su hardware dedicato e in un ambiente software predisposto dal costruttore.
In sostanza, una parte considerevole dei sintetizzatori digitali più evoluti non è altro che un piccolo computer dotato di un’interfaccia dedicata e di convertitori digitali-analogici, necessari per trasformare il segnale digitale in un suono che possiamo ascoltare.
È esattamente ciò che avviene quando utilizziamo un computer con una scheda audio dedicata.
Il confine tra computer, tablet, smartphone, perfino console da gaming, e dispositivi progettati specificamente per la produzione musicale diventa quindi sempre più sottile.
A distinguerli sono soprattutto il tipo di interfaccia utente offerta al musicista, le periferiche dedicate alla comunicazione dei dati, come le connessioni MIDI, e la presenza di convertitori audio di qualità professionale.
Questi ultimi sono spesso dotati anche di uscite separate, che permettono di gestire e processare il segnale in modo indipendente durante le diverse fasi della produzione musicale.
Dal punto di vista architetturale, quindi, molti di questi strumenti non sono altro che computer racchiusi in contenitori dalle forme differenti, progettati per offrire un’esperienza d’uso specifica per il musicista.
E, come accade con qualsiasi computer, anche il software che governa questi dispositivi può essere modificato, a condizione di conoscere sufficientemente bene la loro architettura interna.
È proprio qui che entra in gioco l’intelligenza artificiale.
Gli strumenti di AI possono facilitare enormemente l’analisi del software contenuto all’interno di queste macchine, aiutando a comprenderne la struttura, a individuare le funzioni dei diversi componenti e, in alcuni casi, a sviluppare firmware alternativi.
Naturalmente, rimangono necessarie competenze tecniche e conoscenze specifiche per poter intervenire in maniera consapevole. Tuttavia, ciò che fino a poco tempo fa richiedeva competenze di programmazione molto avanzate oggi può diventare accessibile a una platea decisamente più ampia di appassionati e sperimentatori.
Le case costruttrici, giustamente, avvertono i propri clienti che l’installazione di firmware non ufficiali può provocare danni anche irreversibili ai dispositivi. Si tratta di un rischio concreto, soprattutto quando si interviene su macchine costose e ancora coperte da garanzia.
Ed è proprio in questo contesto che si spiega il successo dell’FM-1.
Parliamo di un dispositivo dal costo estremamente contenuto, sul quale molti utenti possono divertirsi a installare e sperimentare firmware differenti senza dover mettere a rischio l’integrità di strumenti molto più costosi.
La scelta del costruttore cinese di realizzare un prodotto economico, dotato di un firmware originale non particolarmente sofisticato, ha finito per creare una piattaforma ideale per questo tipo di sperimentazione.
Ma il fenomeno non si è fermato all’FM-1.
In rete stanno comparendo sempre più sviluppi di firmware indipendenti, realizzati da utenti e sviluppatori appassionati, destinati non soltanto ai sintetizzatori, ma anche alle groovebox e agli effetti digitali.
Un caso particolarmente interessante riguarda i dispositivi ormai fuori produzione o abbandonati dalle rispettive case costruttrici, che hanno deciso di interrompere lo sviluppo del firmware e il supporto software.
Un esempio è lo Zoom MS-70CDR, un pedale multieffetto già sostituito da un modello successivo e ormai da tempo fuori dal ciclo di aggiornamenti ufficiali. Grazie al lavoro di diversi sviluppatori indipendenti, questo dispositivo è stato rivitalizzato attraverso firmware modificati, che ne hanno ampliato le possibilità e restituito interesse presso una nuova platea di musicisti.
Ma il fenomeno riguarda anche macchine ancora attualmente in produzione.
È il caso di Elektron, che ha chiesto agli utenti del proprio forum ufficiale di trattare gli argomenti relativi al modding e alle modifiche non ufficiali al di fuori degli spazi aziendali. Una posizione comprensibile: il costruttore svedese non può assumersi responsabilità per le conseguenze, anche negative, di sperimentazioni effettuate su dispositivi ancora in garanzia e regolarmente supportati.
Un esempio significativo riguarda proprio una delle macchine più fortunate della produzione Elektron di qualche anno fa: la Digitakt.
Si tratta di un campionatore e sequencer molto evoluto, oggi affiancato e in parte superato dalla nuova Digitakt II, che offre ulteriori possibilità sia sul piano hardware sia su quello software.
Eppure, alcuni sviluppatori indipendenti hanno continuato a lavorare anche sulla prima Digitakt, riuscendo a potenziarne le funzionalità, introducendo nuove modalità di sintesi e ampliandone le possibilità operative.
Il risultato è che una macchina considerata ormai superata è tornata a suscitare l’interesse di musicisti che magari l’avevano abbandonata da tempo, lasciandola inutilizzata su uno scaffale.
Siamo quindi alle porte di una rivoluzione?
Forse sì. Potremmo trovarci di fronte alla nascita di una nuova fase nella quale i grandi costruttori di strumenti musicali saranno chiamati a offrire macchine sempre più aperte alla personalizzazione e allo sviluppo software indipendente.
Immaginiamo dispositivi costituiti da hardware relativamente standardizzato, dotato di interfacce progettate specificamente per l’utilizzo musicale, sui quali gli utenti possano installare gli strumenti, i motori sonori e le funzionalità di cui hanno realmente bisogno.
In pratica, delle vere e proprie piattaforme hardware dedicate alla musica, capaci di trasformarsi attraverso il software e di adattarsi alle esigenze creative di ciascun musicista.
Il costruttore fornirebbe la macchina, mentre la comunità degli utenti contribuirebbe a svilupparne le potenzialità, creando nuove possibilità che potrebbero persino andare oltre quelle immaginate in origine dall’azienda stessa.
Sarà questa la direzione verso cui ci stiamo muovendo?
Non possiamo ancora saperlo con certezza, ma è certamente una prospettiva affascinante. E, soprattutto, una prospettiva che ci auguriamo possa diventare realtà.
Amptek
