Roger Waters – The Dark Side of the Moon Redux (album, 2023)

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Doppio parere in sequenza rispettivamente di Amptek Alex Marenga e H501L sull’album di Roger Waters:The Dark Side of the Moon Redux” (2023). 


 

Il redux di Roger Waters é l’album più divisivo degli ultimi anni, l’ex bassista dei Pink Floyd si é “permesso” di reinterpretare un disco scritto, in parte, da lui pur sapendo che TDSOTM é una vera reliquia della popular music. Un disco che ha venduto milioni di copie entrato nella leggenda sia per le musiche che per l’idea grafica della Hipgnosis e che gli stessi Pink Floyd, insieme o da soli, non hanno mai osato modificare nelle innumerevoli riproposizioni live proposte in questi decenni (pur essendo considerato dai barrettiani ortodossi come il definitivo scivolone commerciale della band).
A dire il vero altri musicisti, al netto delle tribute band, hanno violentato anche pesantemente quei brani, senza particolari contraccolpi ma l’operazione di Waters é stata oggetto di critiche anche feroci. Inoltre, è abitudine di molti artisti altrettanto leggendari, primo fra tutti Bob Dylan, stravolgere anche pesantemente il proprio repertorio, a seconda dell’umore del momento.

Gli ultimi anni della carriera di Waters sono stati controversi, fra le dispute con Gilmour e una serie di posizioni politiche controcorrente su temi scottanti come la scomoda questione Palestinese e la guerra Russia-NATO sul territorio ucraino che gli sono costate attacchi da parte delle lobbies e dei gruppi di potere ai quali le sue dichiarazioni sono risultate indigeste.
Parte del pubblico degli stessi Floyd ha contestato le posizioni politiche di Waters come se una rockstar non avesse diritto ad intervenire nella vita sociale, dimenticando come nel passato fosse una cosa, invece, consueta.
Ma le controculture del movimento giovanile degli anni ’70 non esistono più, cancellate da repressione e individualismo neoliberista, e tutto viene visto nell’ottica dello spettacolo e del solo intrattenimento e, anzi, una ondata di revanscismo reazionario attraversa gran parte del mondo occidentale.

In questo contesto esce questo lavoro in cui Waters stravolge gli arrangiamenti del disco originario riducendoli al minimo riportando i brani a una basica struttura canzone.
Se avesse reinciso un disco meno mitizzato come “More” o “Obscured by Clouds” probabilmente l’operazione avrebbe fatto meno effetto, ma, indubbiamente, ascoltare i brani di TDSOTM “stravolti” genera un certo clamore, specie se a farlo é proprio Waters.
Dubitiamo fortemente vi siano ragioni economiche dietro l’operazione, basterebbero un ulteriore pugno di inediti ripescati da qualche bootleg per rinsaldare le casse dei quattro ex-Floyd.
Operazioni simili ma fatte da altri artisti, come quella dei Flaming Lips con Harry Rollins, dove il materiale é stato pesantemente violentato sono passate praticamente inosservate, ma il nome di Waters scatena,  a quanto pare, inevitabilmente polemiche.

Ma come sono stati riproposti questi brani da Waters? Innanzi tutto non ci sono più chitarre e tastiere, sostituite da archi e Theremin e da una ritmica minima, quasi un metronomo. Un approccio cantautoriale eseguito a voce bassa e quasi recitante più vicina a un Tom Waits che al vocalismo tipico dei Pink Floyd.
Waters ha aggiunto ulteriori testi per approfondire le tematiche delle liriche originali e ha letteralmente capovolto brani come “The Great Gig in the Sky”, togliendovi brutalmente la parte vocale o “On the Run” inserendovi uno spoken.
Il risultato é un disco introspettivo e minimale imparagonabile all’originale dei Pink Floyd i cui equilibri, frutto di un perfetto lavoro di equipe, sono irraggiungibili.
Ma si tratta dello sguardo di un ottantenne sul suo passato, che scrive un post scriptum sul proprio lavoro, lo rilegge con uno sguardo diverso, senza avere la pretesa di sostituirlo.

La qualità tecnica del lavoro é, nel suo complesso, fuori discussione.
Del resto già il disco del ’73 deve la sua fortuna alla semplicità delle linee armoniche e delle parti strumentali (in un anno in cui uscivano cose tipo Birds of Fire della Mahavishnu Orchestra o Brain Salad Surgery degli EL&P).
Waters ha ingaggiato personaggi come la polistrumentista Via Mardot alle esecuzioni al Theremin e Johnny Shepherd all’organo Hammond, due esecutori impeccabili.
Waters non ha inseguito le trovate tecniche di Parsons o i suoni, per l’epoca avveniristici, dei synth di Wright (a parte il VCS3 che suonava lo stesso Waters) ha ridotto tutto all’osso e messo in luce le liriche aggiungendo ulteriori testi fra i quali quello di “Free Four” (da Obscured by Clouds, 1972) che apre il disco.
Redux non diventerà mai un disco intergenerazionale, oggetto di migliaia di riascolti, e non saranno certo queste versioni ad avere la capacità di penetrare l’inconscio collettivo.
Ma é un appunto a pié di pagina di uno degli autori di quel disco epico che oggi non é più un giovinastro fricchettone ambizioso come nel 1973 e che ha voluto approfondire alcune tematiche contenute nella parte più “sua” del lavoro: i testi.

Amptek (voto 7,5)

post scriptum: FAQ

si sentiva il bisogno di un’altra versione di TDSOTM?
Non se ne sentiva particolarmente il bisogno, ma di solito chi interpreta la musica dovrebbe sentire il bisogno di suonare. Quindi è lecito pensare che, dato il percorso post-barrettiano abbastanza confuso dei PF, Waters avesse il desiderio di approfondire dei temi lasciati in sospeso.
è un audiolibro?
probabilmente si, è più una narrazione che un disco.
sostituisce l’originale?
assolutamente no
è un disco indispensabile?
assolutamente no
è un disco superfluo?
no, è un disco che arricchisce di un ulteriore punto di vista un lavoro epico, come del resto altre versioni registrate da altri artisti
è una ripicca contro Gilmour?
non sembrerebbe, al netto degli apprezzamenti al suo chitarrismo, dalle scelte produttive dell’ultimo Waters, sembra si sia allontanato dal presenzialismo della chitarra elettrica che esisteva nel rock storico.


(di seguito il parere di H501L)

Un’operazione artistica che in quanto tale si presta a molteplici sfaccettature da leggere in controluce.

Ora per una volta sorvolerei sull’elemento emozionale derivato dall’ascolto – in premessa a me il disco è piaciuto e nelle ore notturne devo dire che arriva meglio – e proverei invece a decifrare le pieghe recondite, le attitudini nascoste e le reali intenzioni dell’autore.

Roger Waters, autore e interprete storico con i Pink Floyd, rilegge il disco “The dark side of the moon” cinquant’anni dopo l’uscita, permettendosi il lusso, a dispetto di schiere di fans e cultori, anche intransigenti del mito floydiano, di toglierlo dal piedistallo che generalmente si assegna per i posteri agli onori della musica classica. Quasi come fosse una partitura di un Verdi, Puccini o Mozart da eseguire sempre come l’autore, o come – in questo caso – gli autori l’hanno concepito, scritto ed eseguito in un particolare momento di suprema grazia. Qualcosa destinato  insomma a rimanere in una dimensione cristallizzata e immutabile per le generazioni a venire. In saecula saeculorum. Amen.

Waters come preso da un moto di ribellione al protocollo del mito conservativo e sostanzialmente conservatore in cui sembra essere destinato il disco e l’epoca in cui viviamo, riporta TDSotM in una dimensione più caduca, fragile e transitoria come la vita e la vicenda umana tutta. Il suo spessore artistico, la sua storia, la sua onestà intellettuale fanno il resto nell’aggiungere credibilità a questa operazione che definirei in primo luogo culturale, oltre che artistica.

Niente è uguale a se stesso per sempre. Ogni situazione è solo la fotografia di un momento. Anche “DARK SIDE” non sfugge a questa logica. Un concetto o un messaggio arriva a seconda della rifrazione di luce che porta con sè. Nel 1973 come nel 2023. Le stesse rifrazioni che si riflettono nell’occhio interrogativo e spaurito della bestiola ritratta in copertina.

H501L: voto: 7,5

line up:

Roger Waters – vocals, bass on “Any Colour You Like”, VCS3
Gus Seyffert – bass, guitar, percussion, keys, synth, backing vocals
Joey Waronker – drums, percussion
Jonathan Wilson – guitars, synth, organ
Johnny Shepherd – organ, piano
Via Mardot – theremin
Azniv Korkejian – vocals
Gabe Noel – string arrangements, strings, sarangi
Jon Carin – keyboards, lap steel, synth, organ
Robert Walter – piano on “The Great Gig in the Sky”

Tracklist:
Speak to Me (Nick Mason)
Breathe (Roger Waters, David Gilmour, Richard Wright)
On the Run (David Gilmour, Roger Waters)
Time/Breathe (Reprise) (Nick Mason, Roger Waters, Richard Wright, David Gilmour)
The Great Gig in the Sky (Richard Wright, Clare Torry)
Money (Roger Waters)
Us and Them (Roger Waters, Richard Wright)
Any Colour You Like (David Gilmour, Nick Mason, Richard Wright)
Brain Damage (Roger Waters)
Eclipse (Roger Waters)

 

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